Nella sconfinata e bulimica (in)civiltà delle immagini contemporanee quale funzione svolgono oggi l’immagine fotografica e cinematografica?

Ha ancora senso parlare di professione? Nei cosiddetti linguaggi di “confine” dell’immagine, quelli che raccontano “storie vere” con la lingua della non-fiction, qual è il ruolo svolto dal fotografo e dal filmmaker? A chi appartiene la verità della storia raccontata? Al fotografo-filmaker o allo spettatore?

Diventano necessari nuovi modelli di racconto? Un codice estetico nasce e muore nell’alveo che lo genera? O può avere infinite vite a seconda dell’oggetto del racconto adattandosi e incidendo sul contemporaneo? (E che cos’è, poi, il contemporaneo?)

Correndo lungo il crinale della realtà e della finzione, superando il confine tra i generi, tra l’immagine statica e l’immagine in movimento, proveremo a concepire la professione non alla fine del processo cognitivo ma al suo inizio, e il suo esercizio come metodo costante, necessario per l’apprendimento dei codici visivi contemporanei e per mantenere lo sguardo sempre diretto al pubblico, un pubblico non immaginario ma reale.

Tenteremo di stabilire qual è la giusta distanza per raccontare una storia, quale il metodo, quali i vecchi e i nuovi confini. Per l’immagine statica così come per l’immagine in movimento.

Parleremo del ruolo politico e dell’urgenza di produrre un’immagine, di come l’immagine orfana possa generare un immaginario; del processo creativo e dell’atto fotocinematografico come superamento dei propri limiti.

Due giorni e mezzo per provare a generare un’idea, una visione, una partitura eseguibile con qualsiasi strumento. “Nel lungo corpo a corpo con il dispositivo, proveremo a liberare ciò che è stato catturato e separato attraverso il dispositivo stesso per restituirlo a un possibile uso comune” (Giorgio Aganben): tenteremo cioè la sua profanazione.

 

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